21) Bruno. L'immutabilit della sostanza.

Lasciati da parte prima logici con le loro fantasie, i filosofi
naturali sono giunti alla conclusione che, nonostante le
variazioni e mutazioni, la sostanza rimane sempre unica ed
immutabile. Bruno si riferisce sia alla tradizione filosofica
greca (soprattutto a Parmenide, ma anche a Eraclito e a Pitagora)
sia alla Bibbia, di cui cita un passo dell' Ecclesiaste,
interpretandolo all'interno del suo sistema filosofico.

G. Bruno, De la causa, principio et Uno, Dialogo Quinto (pagina
43).

Per profondamente considerando che gli filosofi naturali,
lasciando i logici ne le loro fantasie, troviamo che tutto lo che
fa differenza e numero,  puro accidente,  pura figura,  pura
complessione. Ogni produzione, di qualsivoglia sorte che la sia, 
una alterazione, rimanendo la sustanza sempre medesima; perch non
 che una, uno ente divino, immortale. Questo ha possuto intendere
Pitagora che non teme la morte, ma aspetta la mutazione. L'hanno
possuto intendere tutti i filosofi, chiamati volgarmente fisici,
che niente dicono generarsi secondo la sustanza n corrompersi, se
non vogliamo nominar in questo modo l'alterazione. Questo lo ha
inteso Salomone che dice: non essere cosa nova sotto il sole; ma
quel che , fu gi prima. Avete dunque come tutte le cose sono ne
l'universo, e l'universo  in tutte le cose; noi in quello, quello
in noi: e coss tutto concorre in una perfetta unit. Ecco come
non doviamo travagliarci il spirto, ecco come cosa non  per cui
sgomentarci doviamo. Perch questa unit  sola e stabile, e
sempre rimane; questo uno  eterno; ogni volto, ogni faccia, ogni
altra cosa  vanit,  come nulla, anzi  nulla tutto lo che 
fuor di questo uno. Quelli filosofi hanno ritrovata la sua amica
Sofia, li quali hanno ritrovato questa unit. Hanno saputo tutti
dire che vero, uno ed ente son la medesima cosa, ma non tutti
hanno inteso; perch altri hanno seguitato il modo di parlare, ma
non hanno compreso il modo d'intendere di veri sapienti.
Aristotele, tra gli altri, che non ritrov l'uno, non ritrov lo
ente, e non ritrov il vero, perch non conobbe come uno lo ente;
e bench fusse stato libero di prendere la significazione de lo
ente comune alla sustanza e l'accidente, ed oltre de distinguere
le sue categorie secondo tanti geni e specie per tante differenze,
non ha lasciato per di essere non meno poco aveduto nella verit
per non profondare alla cognizione di questa unit ed indifferenza
de la costante natura ed essere; e, come sofista ben secco, con
maligne esplicazioni e con leggiere persuasioni pervertere le
sentenze de gli antichi ed opporsi a la verit, non tanto forse
per imbecillit di intelletto, quanto per forza d'invidia ed
ambizione.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1964, volume
sesto, pagine 1340-1341.

G. Zappitello, Antologia filosofica, Quaderno secondo/1. Capitolo
Due.
22) Bruno. Il mondo  infinito.
Come dice anche il titolo del dialogo De l'infinito universo et
Mondi, per Bruno il mondo  infinito, perch non c' ragione che
non lo sia; solo un mondo infinito  adeguato alla potenza di Dio.
G. Bruno, De l'infinito universo et Mondi, Dialogo Quinto (pagine
44-45).

Fil. Non bisogna dunque cercare, se estra il cielo sia loco, vacuo
o tempo; perch uno  il loco generale, uno il spacio immenso, che
chiamar possiamo liberamente vacuo; in cui sono innumerabili ed
infiniti globi, come vi  questo in cui vivemo e vegetamo noi.
Cotal spacio lo diciamo infinito, perch non  raggione,
convenienza, possibilit, senso, o natura che debba finirlo: in
esso sono infiniti mondi simili a questo, e non differenti in geno
da questo; perch non  raggione n difetto di facult naturale,
dico tanto potenza passiva quanto attiva, per la quale, come in
questo spacio circa noi ne sono, medesimamente non ne sieno in
tutto l'altro spacio, che di natura non  differente e altro da
questo.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1964, volume
sesto, pagina 1356.
